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FEDERICO LOBRANO: musica come passione, come condivisione, come posto nel mondo

Federico Lobrano, classe 1991, è un cantautore sardo, nato sull’isola della Maddalena e che ha vissuto per gran parte della sua vita ad Arzachena. Da qualche anno si è trasferito a Roma per studiare musica al conservatorio e per coltivare sempre di più la sua passione. Quest’anno ha messo in stand by i suoi studi per dedicarsi esclusivamente ai suoi lavori. Ci ha accolto infatti nello studio di registrazione in cui sta incidendo i brani del suo primo disco, che uscirà a breve. Federico ci racconta l’importanza del perseguire le proprie passioni, di ascoltarsi, di collaborare. Ci racconta un modo di fare musica che è, prima di tutto, un modo di vivere.

Come nasce la tua passione per la musica?

Fin da piccolo ho iniziato ad avere la passione per la musica perché fra i miei genitori la musica si suonava, mio padre era un autodidatta di più strumenti ed anche le mie sorelle suonavano, dunque sono cresciuto in un ambiente in cui la musica non è mai mancata. A 8 anni ho iniziato a suonare il sassofono con la banda ed all’età di dieci anni è arrivata a casa una tastiera che per me era speciale, con molti effetti, ed io passavo il tempo a provarli tutti…erano quasi spaziali per me. Lì ho iniziato a desiderare di suonare anche la chitarra ed ho chiesto a mio padre di insegnarmi qualche accordo. Ho fatto comunque molto da solo e poi alle medie ho iniziato con i primi gruppi.

C’è un video bellissimo di quando ero piccolo in cui io sto con le mani davanti agli occhi e canto fra la gente. Mi vergognavo e facevo scudo con le mani, e questa cosa la faccio tutt’ora in modo più elegante: chiudo gli occhi. Chiudere gli occhi quando canto è una cosa che mi fa entrare veramente dentro la musica, e lo faccio non perché abbia paura delle persone – anzi più persone ho davanti più sono carico -ma proprio perché sento delle cose particolari quando sto sul palco. Sul palco infatti entrano in gioco una serie di emozioni che non sono né spiegabili né descrivibili probabilmente. Son cose che io provo nelle situazioni adrenaliniche, è una cosa troppo strana, perché io sono fermo su un palco ed ho la stessa sensazione di quando a Gardaland mi butto in picchiata da 45 metri. È assurdo che tu riesca a sentire quell’adrenalina data da persone che hai davanti che sono lì ad aspettare che tu apra bocca. È bello, è come sentirsi sempre sul filo del rasoio, in bilico. In una situazione che non è di pericolo, però sai che è brutto se fai un passo sbagliato, per non deludere chi hai davanti. Lì devi dare tutto te stesso in un modo strano. Questo è quello che vivo io sul palco.

Per quanto riguarda la scrittura dei tuoi testi invece, come nasce?

Io ho iniziato a scrivere e a cantare perché non riuscivo a cantare bene come volevo le canzoni degli altri ed era una cosa che mi dava fastidio, perché dicevo “Io non la canto come te, io non riesco a darmi la stessa emozione che mi dai tu” e quasi presuntuosamente ho detto, “Lo fanno gli altri, lo faccio anche io”. Per me era un gioco all’inizio.

Una cosa che io non ho mai capito di me è che ho una specie di radio interna, Radio Federico, ed è una cosa che ogni tanto si accende. È come quando ti incanti e perdi un attimo tutto l’ambiente circostante e sei assorto in una cosa. È una radio che fa musica, e quando capita inizia il gioco. È una cosa bellissima, ma a volte è dura perché non capita per tanto tempo. Per me stare per due mesi senza sentirla è strano, non so mai quando arriverà e come arriverà…ed è bellissimo. Una volta una canzone che ho scritto l’ho sognata. Mi sono svegliato e ho iniziato a scrivere testo e accordi ed è stato bellissimo. Una canzone invece che è qui nell’album è nata passeggiando: i miei passi avevano preso un ritmo particolare perché stavo saltellando e mi sono venute in mente delle cose…sono andato a casa facendo quel ritmo per non perderlo, sono arrivato, ho suonato per trovare gli accordi e poi ho scritto il testo.

A volte è più complicato perché quella specie di radio arriva piccolina e quando provo a tirare fuori qualcosa per trasformarlo in suono a volte è chiaro altre volte è quasi un’immagine.

Perché hai deciso di vivere di musica?

Io non ho deciso di vivere di musica, io ho deciso di vivere. Perché se uno deve fare una cosa che non ama allora non sta vivendo, sta aspettando. Io ho un rapporto secondo me strano con la vita e con la morte, non sono una persona che fa grandissimi progetti, ama fare quello che gli piace – se riesce a farlo ovviamente. Anche io perdo la fiducia e perdo le speranze, ma è in quel momento che devi capire che valore ha quello che vuoi fare tu della tua vita. Noi non nasciamo con una scadenza definita. Possiamo darci un’aspettativa di vita ma non siamo noi che decidiamo, quindi perché perdere tempo a fare qualcosa che esattamente non ci rende felici, solo per avere la sicurezza di vivere, se tanto poi non siamo sicuri di sapere per quanto? È difficile vivere di musica, soprattutto in Italia. Quest’album che stiamo facendo ad esempio, si chiama “Ci vuole Fede”, e c’è un motivo, perché in tutto per me ci vuole fede, ci vuole proprio fiducia…se tu non ti fidi di quello che stai facendo, perché lo stai facendo? Io ho fiducia in quel che penso, sempre, anche se prendo decisioni sbagliate. L’importante è avere fiducia in quello che si fa, è come dire: l’importante è crederci. Ed è vero. Se io passo la mia vita a fare qualcosa in cui non credo, in cui non ho fiducia, sono masochista.

Un consiglio che tu daresti invece a chi vuole realizzare un sogno, impegnarsi in qualcosa che gli piace però non trova corrispondenza nella realtà?

Paola Mastrocola, “Una barca nel bosco”, un libro che lessi alle superiori grazie ad Angela Pisutu, registra di teatro ed insegnante delle superiori che mi ha insegnato tanto, anche a livello umano. Un libro stano, particolare. Ripercorre i passi dell’adolescenza dal punto di vista di ragazzo che si sente fuori posto, appunto, come una barca nel bosco. È molto riduttivo quello che sto dicendo di questo libro, e non dico nient’altro perché sarebbe uno spoiler, però il significato è proprio quello secondo me: c’è un posto per tutto. Se tu senti che una barca nel bosco può avere un valore, e credi in quello che fai, probabilmente c’è la possibilità che abbia valore quella barca, se invece senti che quella cosa che stai facendo non può avere valore, ti devi spostare, devi accettare questo compromesso.

Nessuno ti dice che devi cambiare la tua vita ed andare in un altro posto per tutta la vita, puoi sempre tornare, guarda me: io sono sardo eppure vivo a Roma. Ma perché io non ho mai studiato musica da piccolo? Perché il conservatorio stava a 130 chilometri. Sono comunque contento di avere intrapreso lo studio della musica da grande, perché mi ha lasciato il piacere della scoperta ed è una cosa che non vorrei mai perdere. Conoscere le cose. Avere coscienza di tutto secondo me è sbagliato, crea dei meccanismi, crea anche sicurezze di sé, quasi di sapere sempre dove andare a parare…invece è giusto secondo me avere il piacere della scoperta e di non capire quello che sta accadendo, di non sapere spiegarti perché. Io penso che la musica non vada vista solo come uno studio, la musica va saputa vivere con sentimento.

Cosa dico io a una persona che vuole intraprendere la musica al giorno d’oggi? Collaborare. Ognuno ha il suo talento, quello che serve è collaborare.  Ognuno ha la sua funzione, ognuno ha il suo posto nel mondo, e se impariamo a rispettarlo e ad aiutarci l’un l’altro, creiamo dei poli di aggregazione che hanno più forza, perché in squadra si vince sempre. È giusto trovare persone nella nostra vita che hanno il nostro stesso scopo. Possono avere impegni diversi, ma lavorare ad una causa comune. Aiutiamoci. Quello che voglio dire ad una persona che oggi vuole entrare nel mondo della musica è di creare aggregazione. La musica deve essere vita, suonata veramente, vissuta insieme, condivisa, partecipata.

*Sara Fiori

Italiani bella gente

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